Corti Popolari nel Mondo

imagesArticolo web del 09 febbraio 2013 di Alfredo D’Alessandro

Fonte originale: http://www.altd.it/2013/02/09/messico-tribunali-popolari/

La giustizia fai da te si sta diffondendo in Messico, uno dei paesi a più alto tasso di criminalità del mondo. La scorsa settimana nel comune di Ayutla, nello stato di Guerrero, sono stati inaugurati i primi processi dei tribunales del pueblo, veri e propri organi giudiziari creati dalla comunità locale per punire delitti legati al crimine organizzato come omicidi, sequestri, estorsioni e traffico di droga.

Giovedì 31 gennaio, nella piazza Mesòn di Ayutla, sono iniziati i processi contro 54 persone detenute presso le carceri comunitarie. I cittadini di questo comune messicano, di fronte all’inerzia delle autorità statali, hanno deciso di fare da sé e punire i responsabili dei crimini. Il giudizio emesso è paragonabile quasi ad un rituale tribale e prevede pene e sanzioni secondo gli usi e le tradizioni della popolazione locale, per la maggior parte membri della comunità indigena mixtecos.

Quello di Ayutla non è un caso isolato. Ad ispirare la nascita dei tribunali popolari è stata l’iniziativa di un altro comune, quello di Cheràn, nel Messico centrale. L’anno scorso gli abitanti del posto – anche qui in maggioranza indigeni – hanno deciso di auto organizzarsi per combattere la deforestazione illegale messa in atto dalla criminalità organizzata. I cittadini si sono sostituiti ad una polizia corrotta e inefficiente fino a diventare un punto di riferimento in fatto di sicurezza. Il consiglio comunale di Cheràn non ha potuto fare altro che consentire questa forma di autodifesa popolare adottata dalla comunità.

A creare i tribunali popolari di Ayutla è stata la Uniòn de pueblos y organizaciones del estado de Guerrero (Upoeg), un’organizzazione che riunisce le comunità indigene della Costa Chica. L’esistenza di gruppi parastatali che garantiscono la sicurezza pubblica, organizzati in ronde e forze di sicurezza comunitarie, è comune in questa zona del Messico invasa dai cartelli del narcotraffico e quasi dimenticata dallo Stato. Qui la polizia comunitaria è nata nel 1995 a Santa Cruz del Rincòn nella regione del Montana de Tlapa, una delle più povere dello Stato. La celebrazione dei processi popolari rappresenta però una novità assoluta per lo stato di Guerrero e il fenomeno si sta rapidamente estendendo anche ad altri comuni della Costa Chica i cui abitanti sono esausti dell’alto tasso di criminalità che non consente loro una vita dignitosa.

I criminali sottoposti a giudizio non sono solo i membri dei cartelli della droga ma anche uomini delle forze dell’ordine statali, spesso indagati per abusi di potere e violazioni dei diritti umani. Il leader dell’Upoeg, Bruno Placido Valerio, ha chiesto addirittura il ritiro dell’esercito federale dal comune di Ayutla e dalle zone circostanti. Valerio ha assicurato che la polizia comunitaria è già attiva in più di cento comunità di Guerrero, con un numero di membri superiore alle 100 unità capaci di garantire uno standard di sicurezza adeguato.

Il diritto di queste comunità di organizzare forme di autodifesa, per il momento tollerato dalle autorità, non è riconosciuto legalmente. Il governo messicano vuole evitare che i tribunali popolari sottraggano allo Stato un potere fondamentale come quello giudiziario. Secondo Renè Ornelas, ricercatore della Universidad nacional autonoma de Mexico, “per risolvere il problema della sicurezza in Messico è necessario eliminare la sfiducia verso istituzioni e forze dell’ordine ed epurare dalla politica la crescente presenza del crimine organizzato”. Un compito che spetterà al neoletto presidente Pena Nieto, dopo la gestione di ferro in tema di sicurezza del suo predecessore Felipe Calderòn.

Calderòn ha applicato alla lettera i principi della famigerata war on drugs, ingaggiando una lotta senza quartiere contro il narcotraffico e dando la caccia ai cabecillas dei cartelli messicani della droga. Una politica che ha portato alla cattura dei criminali messicani più pericolosi – l’ultimo in ordine di tempo è stato il fondatore del cartello dei Los Zetas, El Lazca – ma che ha lasciato una lunga scia di sangue. Dal 2006 e 2012 si contano circa 60.000 morti, vittime della guerra tra cartelli della droga o degli scontri con i militari.

Secondo un’indagine della Ong World Justice Project (Wjp), la giustizia penale, quella civile e lo Stato della sicurezza in Messico sono tra le peggiori del mondo. Dei 97 paesi considerati, il Messico è al 91° posto per la qualità del suo sistema penale e dell’ordine pubblico e all’87° per quella del sistema civile. Tra i diciotto paesi latinoamericani analizzati dalla Wjp, solo il Venezuela ha fatto peggio mentre Cile e Uruguay hanno ottenuto migliori risultati. Più del 50% dei detenuti delle carceri messicane scontano pene per reati di lieve entità e la maggioranza appartiene alle classi più povere della popolazione. L’impunità dei colletti bianchi è diffusa e le forze dell’ordine tendono a trascurare delitti di particolare efferatezza come omicidi, sequestri e stupri.

Anche i dati sulla corruzione non sono confortanti: il Messico si posiziona al 74° nella classifica dei paesi più corrotti del mondo. Il fenomeno della corruzione non risparmia nessuno, dal mondo politico alle forze armate, ed è aggravato dall’impunità diffusa di cui godono i colpevoli.Il problema endemico della giustizia messicana è la debolezza dei sistemi di indagine, la discriminazione continua contro le minoranze, la corruzione diffusa tra i giudici e i pubblici ufficiali e la violazioni del diritto al giusto processo degli imputati.

Per il momento il caso di Ayutla e dei tribunales del pueblo resta in sospeso. Il governatore di Guerrero, Angel Aguirre Rivero, ha presentato un progetto di legge federale ancora da discutere che prevede la creazione della Comisiòn para la paz de desarollo de los pueblos indigenas, un organo che dovrebbe regolare l’attività della polizia comunitaria e impedire che si celebrino processi per delitti non previsti dalla legge federale messicana. La politica nazionale si divide tra chi tollera l’esistenza della giustizia popolare e chi è preoccupato per un fenomeno che potrebbe interessare altri Stati del Messico e delegittimare completamente lo Stato. “Se non si abbatte la povertà, il caso di Ayutla potrebbe avere altri emuli” ha precisato il governatore Aguirre.

La Commissiona nazionale dei diritti umani messicana (Cndu) ha definito intollerabile l’esistenza di organi di autodifesa parastatale e ha aperto un’indagine sull’operato dei tribunali popolari e su eventuali omissioni delle autorità federali. Con un comunicato ufficiale, la Commissione ha sottolineato che l’articolo 17 della Costituzione messicana stabilisce che nessuno può farsi giustizia da solo né esercitare violenza per far valere i propri diritti. Una norma che i cittadini dello stato di Guerrero non sono più intenzionati a rispettare.

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